"..Una ragazza che è chiamata a curare i feriti nel corpo e nell'anima non può più vivere nella bella e puerile ignoranza di una volta.."

(Annie Vilanti)

Servizi, lavori domestici (tagliare, cucire, lavorare a maglia, preparare calzini, guanti, indumenti caldi per i soldati esposti al freddo e all'umido delle trincee) che si possono fare sia individualmente, nella propria casa, sia in forme associative e di gruppo: è l'esaltazione dei tipici ruoli e lavori femminili, la conferma di un modello tradizionale di donna che assiste e si prende cura dell'uomo; questa volta non solo del "suo" uomo, ma dell'intera categoria maschile, sotto la specie del combattente ferito, al quale urge alleviare le ferite fisiche e psicologiche restituendo il disarmato al combattimento. La donna assiste quindi gli uomini della patria facendosi infermiera o dama di carità, porgendo conforto e aiuto nei treni ospedale e nei reparti medici e ciò comporta la necessità di uscire di casa, di allontanarsi dalla propria abitazione e vivere a contatto con una moltitudine di maschi, combattenti e borghesi, ammalati e sani. Figure femminili pietose, circondate di ammirazione e gratitudine, che lasciano tuttavia trapelare più di un sospetto malevolo per questa sovraesposizione femminile in territorio maschile e per una altrimenti inaudita promiscuità.

Allo scoppio della Grande Guerra, l'organizzazione della Croce Rossa si mise in moto per mobilitare le infermiere volontarie, che furono coinvolte in gran numero nelle opere di assistenza sanitaria nelle immediate retrovie, nei treni di trasporto dei feriti e negli ospedali dell'interno. Secondo alcune stime, nel 1917 le infermiere della Croce Rossa erano quasi 10.000, e altrettante quelle organizzate da altre associazioni di soccorso. La figura dell'infermiera era tale da promuovere l'impegno femminile confermando lo stereotipo dell'angelo consolatore addetto alla cura del corpo dell'uomo e a lenire i suoi dolori, introducendo nello scenario sanguinoso della guerra una nota di grazia e dolcezza. Le crocerossine (guidate dalla Duchessa Elena d'Aosta e in cui figuravano donne illustri dell'aristocrazia e dell'alta borghesia) erano sempre disponibili dove c'era bisogno di cure, di sensibilità e di una parola di conforto; il loro ruolo era essenziale e insostituibile nelle corsie degli ospedali, che spesso erano carenti di misure sanitarie, e aiutavano il personale medico e militare nelle incombenze più umili. Una innovativa e diffusa figura, aperta all'esperienza delle anziane e all'apprendistato delle giovanissime, è quella della madrina di guerra. E' una figura mista, suscettibile di essere interpretata in senso materno, amichevole, amoroso. Qui l'attività di assistenza e conforto è basata esclusivamente sulla parola scritta : ogni madrina ha il "suo" soldato, gli scrive, ne riceve a sua volta lettere, in un rapporto destinato di norma a rimanere di carattere solo epistolare. Si ha notizia di letterine di matrice scolastica, in cui trova sfogo l'impegno patriottico delle maestre che stimolano intere classi di scolare a questa forma di assistenza spirituale a distanza, che viene anche a essere una forma d'epoca di educazione civica. Nella figura della madrina e nella corrispondenza dalla parte di lei si manifesta un insieme di motivazioni e di bisogni liberati e dinamizzati dallo stato di guerra e che manifestano come la funzione della donna non possa essere riducibile a una tranquilla accettazione della differenza delle identità e dei ruoli.