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La
prima guerra mondiale segnò il coinvolgimento dell'intera società in uno
scenario bellico, e la mobilitazione rendeva tutti partecipi dell'evento
nel quale il proprio paese era impegnato. La popolazione civile non poté
non sentirsi coinvolta né pensare alla guerra come qualcosa che accadeva
lontano da casa, solo sul fronte e nelle trincee. Le donne parteciparono
attivamente alla guerra, sia nelle retrovie sia sul fronte.La manodopera
femminile fu impegnata massicciamente nella sostituzione degli uomini
partiti per il fronte sia nell'attività industriale sia in agricoltura.
Si trattò di un fenomeno diffusosi in ogni paese impegnato in guerra i
cui caratteri sono stati in parte amplificati in parte sminuiti soprattutto
in relazione alle necessità di ripristino di modelli sociali più accettabili
alla fine della guerra.
Le donne di tutte le classi entrano nelle
fabbriche di munizioni, unendo patriottismo e produttività, e rivelando
allo stesso tempo l'attitudine fisica e intellettuale delle donne a svolgere
mansioni che prima si ritenevano esclusivamente maschili, mantenendo così
viva l'economia dell'Italia : sono gli anni del grande sfruttamento del
lavoro femminile, con l'aiuto del quale gli imprenditori riuscirono a
tener basso il saggio dei salari, e che spesso veniva svolto in condizioni
tali da suscitare denunce e proteste da parte di filantropi e igienisti.
I
mutamenti notevoli della dimensione femminile avvengono quindi nel mondo
del lavoro: all'aumento della produzione per scopi bellici segue un aumento
della manodopera femminile in opifici e officine; numerose circolari del
Comitato Centrale per la Mobilitazione Industriale (CCMI) sollecitano
gli impresari e i dirigenti ad assumere sempre più donne. Ciononostante
esistono pur sempre degli ostacoli da superare: oltre alla mancanza di
professionalità, sono soprattutto i pregiudizi a frenare l'ascesa delle
donne al mondo del lavoro. Industriali e capi operai non ritengono praticabile
né efficace il ricorso alle donne nelle fabbriche metallurgiche e meccaniche
e spesso quindi le lavoratrici si limitano a produrre spolette, calotte
per bombe e altri piccoli materiali per proiettili ed esplosivi. Il 4
ottobre 1916 interviene nuovamente il CCMI, affermando che "…fra un cosiddetto
tornitore improvvisato e una donna istruita al tornio l'equivalenza è
indiscutibile" e in seguito il Ministero delle Armi e delle Munizioni,
che raccomanda l'uso di gru, carrelli e altri mezzi di trasporto interno
in modo da permettere alle donne di svolgere anche mansioni pesanti. Negli
stabilimenti ausiliari, dalle 90.000 lavoratrici del 1916 si arriva alle
200.000 alla fine del Conflitto: nonostante il largo impiego di donne
nell'industria abbia contribuito ad aiutare l'Italia in una situazione
così critica, non mancano i lati negativi. Sia per le mansioni che forniscono
ai banchi delle officine sia per l'aspetto che finiscono per assumere,
le donne non sembrano più tanto diverse dai loro colleghi maschi, e i
tratti del volto appaiono induriti dalle fatiche del lavoro; l'ingresso
in fabbrica comporta problemi sia di ordine familiare sia di adattamento
e convivenza all'interno degli stabilimenti. Scrive infatti "Lotta operaia"
nell'aprile del 1917 : "…migliaia sono le donne occupate nelle fabbriche
che producono materiali da guerra, di giorno e di notte, anche per 13
ore consecutive, assoggettandosi a dei lavori anche rudi e sfibranti.
E per fare questo abbandonano la loro casa, che avrebbe bisogno delle
loro cure, lasciando in balia di se stessi anche 4 o 5 figlioli […] sovente
la donna sente rivolgersi dai capi tutto il linguaggio appreso nelle osterie
ed è oggetto di uno sfacciato sfruttamento…". Per le donne popolari comunque
il tirocinio in fabbrica si rivela uno strumento di affrancamento da ingiustizie
e soprusi e nonostante le difficoltà di inserimento "…cresce la solidarietà
di classe…" ("In difesa delle lavoratrici", manifesto).
Molte
delle lavoratrici imparano a prendere coscienza delle proprie capacità
nel lavoro e scoprono il bello della nuova indipendenza economica: il
lavoro in guerra e soprattutto nelle fabbriche di armi è pagato il doppio
e anche più se paragonato ai bassi salari solitamente pagati alle lavoratrici
donne. Sostanzialmente, quindi, moltissime donne di ciascun ambito sociale
escono -per volontà propria o per necessità- dalle mura domestiche e acquistano
una visibilità inusitata. Molte donne sono impiegate anche nei servizi
pubblici (nettezza urbana, trasporti tramviari, disbrigo delle pratiche
in uffici, alle poste e agli sportelli bancari..). Una figura nuova e
particolare è appunto la donna tramviera e con essa la portalettere. Per
la natura stessa del loro lavoro, esse costituiscono un segno mobile delle
innovazioni in corso : queste donne in divisa alludono palesemente al
movimento a ad una trasformazione di ruolo. Aumenta inoltre il numero
delle donne nelle scuole e quello delle laureate : ciò è rappresentato
dalla creazione, nel 1917, dell' Associazione delle Laureate e delle Diplomate
in Magistero e dell'Associazione Nazionale delle Dottoresse. I posti di
lavoro impiegatizio (maestre, telefoniste, dattilografe..) sono occupati
soprattutto dalle giovani della piccola borghesia, spinte spesso dal bisogno
dovuto all'impoverimento di molte famiglie anche del ceto medio per l'assenza
da casa dei congiunti mandati al fronte. Tramviera, postina, telefonista,
impiegata -ovviamente, da più tempo, maestra e ora, per estensione, addetta
agli uffici di propaganda- tutto ciò può suscitare reazioni diverse :
apparire volta a volta progressivo, nobile, o solo grazioso, curioso,
contingente. L'allarme per lo scambio dei ruoli può restare in sospeso,
venire rinviato al dopoguerra, quando ci si può rassicurare pensando che
la "normalità", con il ritorno degli uomini dalle trincee ai loro posti
di lavoro, verrà restaurata e le donne riprenderanno la canonica vita
di casa. Ma le donne hanno ormai acquisito maggior consapevolezza dei
problemi reali e una nuova coscienza del proprio ruolo : l'idea della
"donna nuova", con un'identità non confinata al suo cosiddetto ruolo naturale,
si sta ormai facendo spazio , propugnata sia da organizzazioni laiche
che da leghe operaie (si riscontra qui l'influenza delle suffragette inglesi,
che manifestavano per il diritto delle donne al voto). Alla fine della
Guerra la donna ha già iniziato ad assaporare la libertà e ad affrancarsi
dagli stereotipi tradizionali : ci sono rafforzamenti della spinta all'emancipazione
femminile da una secolare condizione di subalternità e rilevanti mutamenti
di ordine sociale. Ciò comportò un senso inedito di indipendenza : vivere
sole, uscire da sole, assumersi da sole certe responsabilità erano cose
che un tempo apparivano impossibili o pericolose, e ora divenivano per
molte attuabili, anche se non sempre accettate senza riserve dagli altri.
Se per molte il lavoro nell'industria si è risolto in una breve parentesi,
per altre ha significato l'inizio di una nuova esperienza : col ritorno
dal fronte dei reduci, infatti, non tutte saranno rimandate a casa. Ad
alcune giovani del ceto medio, il lavoro d'ufficio e l'insegnamento hanno
offerto la possibilità di conseguire una propria autonomia economica e
di uscir fuori comunque dal chiuso delle pareti domestiche. Questo è il
segno tangibile provocato dalla guerra nella condizione femminile, perché
proprio negli ambienti della borghesia si annidavano i più radicati pregiudizi.
L'esperienza di lavoro che le donne fanno negli anni di guerra mette comunque
in discussione il pregiudizio della maggiore e migliore produttività maschile:
anche se le verifiche lo smentivano, esso restava molto radicato anche
aldilà di ogni evidenza.
Dunque, con la guerra, le donne entrano
massicciamente nel mondo del lavoro addirittura in settori tradizionalmente
maschili e, di conseguenza, in tutta Europa si fa sentire la richiesta
del diritto di voto. Ma spesso, all'indomani della guerra, col ritorno
dei reduci, le donne sono sempre più spesso tacciate di essere delle profittatrici
e, accusate ingiustamente di incapacità, sono invitate a tornare in seno
alla famiglia, a dedicarsi ai lavori femminili; la stessa CGL tiene, sull'occupazione
femminile, una posizione di ambiguo paternalismo ma di sostanziale sostegno
ai pregiudizi correnti. Nella mentalità comune rimase dominante il pensiero
che la prestazione femminile fosse inferiore a quella maschile : da qui
si può capire il motivo della differenza dei salari femminili di circa
il 50% in meno. Pur essendo riconoscimento comune che la capacità produttiva
delle donne non era affatto inferiore né per qualità né per quantità a
quella degli uomini, si sosteneva che ciò era dovuto solo al fatto che
le stesse strutture industriali furono adattate alle caratteristiche femminili;
inoltre gli uomini sostenevano che comunque la manodopera femminile si
logorava più rapidamente di quella maschile. L'unico riconoscimento tributato
all'apporto delle donne alla vittoria è rivolto piuttosto alle madri dei
soldati caduti nei combattimenti: occorre immaginare una serie infinita
di addii strazianti, l'angosciosa attesa della posta e lo shock della
notizia di un figlio disperso o morto sul campo dell'onore. Ogni paese
possiede un repertorio di riferimenti storici, letterari o addirittura
religiosi per dire alle donne di essere "seminatrici di coraggio", di
aver offerto figli alla patria e di aver accettato stoicamente la loro
morte. Anche se l'opinione pubblica incolpa facilmente le madri di essere
incapaci di supplire all'autorità virile e di educare male i figli, il
dolore materno alla morte di un figlio è al di sopra di ogni critica.
All'insegna del dolore materno l'Italia ufficiale celebrerà quello che
nelle commemorazioni e nella letteratura educativa verrà definito il "Nuovo
carattere femminile nazionale", ma si tratterà di un omaggio puramente
formale. E' comunque un dato di fatto incontrovertibile che la Prima Guerra
Mondiale abbia significato per le donne un'esperienza veramente nuova
perché la loro partecipazione alla produzione, sentita anche come contributo
attivo alla patria in guerra, fu una partecipazione caratterizzata da
un senso di libertà e di autonomia senza precedenti : gli uomini erano
in guerra e molte donne erano capofamiglia di fatto, assumendosi con coraggio
e con orgoglio responsabilità mai assunte prima e scoprendosene capaci.
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