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Non
è facile riassumere in poche righe l'escursione fatta pochi mesi
fa sul Monte Pasubio, dove abbiamo visitato i luoghi della Grande Guerra.
Non è facile perché in quei due giorni di fatica, di stanchezza
e comunque di allegria, forse abbiamo imparato più che su ogni
libro di storia, più di quanto ci possano spiegare i professori;
e tutto ciò è più di quanto si possa esprimere in
un breve resoconto, in cui non si riescono a sentire le emozioni e le
sensazioni che si provano nel trovarsi in una galleria dove dormivano
i soldati o in una trincea dove si riparavano dalle bombe in quei giorni
di guerra.
Siamo partiti, armati di zaini, viveri e sacchi a pelo, e animati da buona
volontà, allegria e spensieratezza, proprie dei giorni delle visite
d'istruzione. Un breve appello seguito da anatemi e maledizioni all'indirizzo
dei disertori, due o tre parole di raccomandazione, consegna del materiale
informativo e via, alla volta di Ponte Verde Superiore, dove siamo scesi
dal pullman e abbiamo iniziato il nostro pellegrinaggio verso il rifugio
Papa. E di vero e proprio pellegrinaggio si è trattato; sentiero
tortuoso, ripido e incredibilmente lungo; chi aveva cali di pressione,
chi aveva problemi fisici; anche i più prestanti e allenati alla
fine erano esausti.
Pochi momenti di pausa al rifugio, il tempo di mangiare qualcosa e, alleggeriti
degli zaini pesanti abbiamo compiuto una breve passeggiata nei dintorni
del rifugio. Qui abbiamo ascoltato il Signor Offelli parlarci delle battaglie,
dei morti, dei sistemi di comunicazione e delle armi; della fatica e della
paura dei soldati. Incredibile pensare oggi ai drammi accaduti in quei
mesi; irreale anche; perché per noi il Monte Pasubio è luogo
di serenità, meta di scampagnate piacevoli; è un'oasi di
tranquillità in cui si respira aria buona, in cui si gusta piacevolmente
il rosseggiare del cielo al tramonto.
Una volta tornati al rifugio, lavati e profumati, abbiamo finalmente cenato.
Minestrone e carne ai ferri; non proprio una cena da nouvelle cuisine,
ma sicuramente gustosa. Bis, e ancora di più fino a saziarci completamente,
il tutto annaffiato da diverse caraffe di vino rosso, alcune birre, caffè
e grappe varie che alla fine hanno contribuito a mantenere allegra l'atmosfera
della serata, nonostante la stanchezza e i dolori vari. A questo punto
nessuno ha avuto più voglia di andare a riposare e nonostante le
rigide regole dei rifugi impongano il silenzio intorno alle 22.00, tutti,
gestori compresi, abbiamo trasgredito e prima di mezzanotte nessuno dormiva.
Due passi all'aperto, con il naso all'insù per ammirare un cielo
stellato non comune, due chiacchiere all'interno del rifugio con partite
a carte e canti popolari accompagnati addirittura dalla fisarmonica (suonata
da tre persone contemporaneamente) e
il tempo volava. Sì
,perché, quando si sta bene e c'è un bel gruppo, inevitabilmente
tutto passa in secondo piano, stanchezza inclusa. E allora eccoci a parlare
del futuro e del presente; la consapevolezza che certi momenti, certe
situazioni non si ripeteranno; e la voglia di divertirci e stare insieme;
forse anche un po' di tristezza e le prime avvisaglie di qualcosa, di
un ciclo che in poco tempo si concluderà. Queste le sensazioni
che abbiamo vissuto, per una sera isolati dal resto del mondo, lontani
dalla scuola.
La notte è stata non meno ricca di emozioni; difficile conciliare
il sonno di circa venti persone, maschi e femmine! Chi russa, chi parla,
chi va in bagno, chi a fatica riesce a dormire.
Il mattino dopo, provati da una notte non proprio riposante, siamo ripartiti;
colazione abbondante, zaini in spalla e via: a esplorare gallerie, studiare
il paesaggio, percorrere i sentieri più o meno tortuosi accompagnati
dalla voce del saggio e paziente Offelli, che ci narrava episodi di guerra
particolareggiati, per nulla affaticato dagli eventi del giorno prima.
A mezzogiorno abbiamo desinato: panini, bibite, l'immancabile vino
perfino il dolce gentilmente offerto dalla mamma premurosa (l'unica
)
di un compagno. Giusto una fugace pausa e via di nuovo, a percorrere nel
pomeriggio la strada del ritorno.
Ancora non ci si spiega il perché, ma durante tutto il tragitto
abbiamo accumulato minuti e minuti di ritardo per un totale di circa tre
ore rispetto all'orario previsto per il rientro. E mentre la notte scendeva,
noi scendavamo verso la civiltà, macinando km su km ormai esausti
e indubbiamente segnati dalle fatiche di una tale escursione, lunga, difficile
e distruttiva come non ne avevamo mai fatte.
Forse il prof. Zoso nel calcolare la difficoltà delle passeggiate
rispetto alla nostra carente preparazione fisica ci ha lievemente sopravvalutati,
ma non per questo possiamo evitare di ringraziarlo per l'esperienza che
ci ha fatto vivere. Personalmente mi sono sentita a mio agio, bene, e
forse sembra un'esagerazione o un falso sentimentalismo perché
in fin dei conti due giorni di gita scolastica non sono poi un evento
così eccezionale, ma sicuramente questi due giorni tutti noi li
ricorderemo, vorrei azzardare, per sempre. Passeranno gli anni e ci perderemo
di vista, ma ognuno serberà il ricordo del professor Zoso che russa,
delle spiegazioni mai noiose del Signor Offelli (che tutti noi vogliamo
ringraziare profondamente), di quelle ore passate assieme; dei progetti,
dei sogni e delle ambizioni che ci siamo raccontati durante la passeggiata;
di un tramonto particolarmente rosso o di un cielo stellato particolarmente
luminoso.
Daniela Panozzo
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