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La figura del folle, del soldato impazzito,
smemorato, che non riconosce gli altri ed è irriconoscibile, fa
la sua comparsa clamorosa ed inquietante con la Grande Guerra. C'è
una ragione di tale presenza dominante del folle nella guerra moderna?
"La più significativa variabile nell'incidenza delle nevrosi
di guerra non riguarda il carattere del soldato, ma il carattere della
guerra"; questa è la spiegazione che ci danno molti autori
sottolineando come la nevrosi di guerra sia conseguenza della guerra industrializzata
e non della guerra in generale. Nell'epoca della mobilitazione di massa
i richiami dello stato si sono moltiplicati, la rete del controllo sociale
si è ampliata, la sorveglianza è divenuta più articolata,
il condizionamento complessivo. Di fronte a questo, fuggire è diventato
via via più difficile se non impossibile: le forme praticabili
della diserzione si riducono, e così i territori possibili di fuga.
La guerra appare innanzi tutto come piena esaltazione del potere delle
macchine, come macchina essa stessa, che opera indipendentemente dalla
volontà dei singoli, la sovrasta, la ingloba. Di fronte a questa
macchina, la resistenza e il rifiuto, quando non hanno altre strade, trovano
espressione nella follia e nella malattia. Riducendosi le possibilità
della fuga reale, diventa più estesa la fuga interiore, cioè
la malattia mentale o la sua simulazione.
Le forme più evidenti di malattie
mentali, oltre alla pazzia, riguardavano il delirio di persecuzione, l'amnesia,
l'incapacità di sopprimere i ricordi o la rimozione di qualsiasi
cosa abbia a che fare con la guerra, la perdita anche solo temporanea
della parola, dell'udito, delle percezioni dal mondo esterno. I medici
militari avevano sempre adottato la teoria dell'ereditarietà, affermando
che i casi di pazzia erano genetici e la vita in trincea, a diretto contatto
con la violenza della guerra aveva causato questo problema. Naturalmente
questa era un'esigenza per evitare una correlazione medica tra guerra
e follia: un tale rapporto causale avrebbe introdotto un fattore di disturbo
nell'equilibrio disciplinare del fronte a scapito dell'accettazione, da
parte del soldato, della realtà tragica in cui viveva.
Osservando i diari clinici di alcuni manicomi è emerso che tra
i contadini prevalevano principalmente le diagnosi di malattie di carattere
biogenetico (come la demenza precoce), nonché l'alcoolismo; tra
gli studenti si verificavano le forme lievi di confusione mentale e la
non riconosciuta pazzia, mentre tra artigiani, operai e commercianti più
comuni erano le forme depressive e malinconiche. Nel complesso dal 1915
al 1917 diminuì la percentuale dei militari dimessi come guariti
(dal 40 al 20%), mentre stazionari e trasferiti ad altri manicomi presentarono
le percentuali maggiori di aumento: dal 7 al 41%; le lunghe permanenze
(oltre i 4 mesi) aumentarono dal 16,8 al 53,7%.
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