Il simulatore, così come l'autolesionista, era considerato solo un codardo, un vile che cercava con rozzi espedienti di sottrarsi al suo dovere, oppure una persona afflitta da tare ereditarie.
Chi simulava pazzia assumeva sempre precisi atteggiamenti, determinate espressioni e addirittura uguali risposte: le più comuni erano "non so", "non ricordo", "non ci penso"…
La fisionomia più comunemente osservata era quella di persona "fra confusa e semidiota"; la bocca mezza aperta, lo sguardo ora fisso ora vagante senza scopo. Talvolta gli occhi erano esageratamente aperti e la fronte increspate per imitare lo stato di spavento. I gesti e le movenze erano per lo più lente ed impacciate. Quasi tutti si presentavano malvestiti, con giubbe e pantaloni lacerati, con capelli e barba incolti. Numerosi erano quelli che raccontavano di traumi infantili per rafforzare le cause della follia.
I medici però effettuavano una discreta seppur vigile sorveglianza sui pazienti, in modo da riconoscere i loro comportamenti anche quando non si credevano visti. Molti venivano scoperti e puniti, se non addirittura fucilati. Il ricorso di questi piccoli inganni da parte dei medici si accompagnava all'indagine psicologica vera e propria: di fronte a persone che davano risposte sconclusionate, ripetevano frasi ossessive o manifestavano deliri o allucinazioni, il confronto con i sintomi tipici dello psicopatico permetteva di rivelare contraddizioni o incongruenze che tradivano la simulazione.
Queste osservazioni, associate ad analisi psico-fisiche come la variazione del polso e il riflesso cardiaco permettevano ai medici di riconoscere con sufficiente certezza la simulazione, ma la necessità di far recedere il finto malato dalla sua commedia imponeva anche il ricorso a metodi brutali, quali la minaccia dell'applicazione elettrica (subito il simulatore fingeva di uscire da uno stato temporaneo di vertigini, cefalea o altro che gli impediva di rispondere correttamente alle domande che gli erano state poste). Tuttavia questo non bastò per arrestare del tutto la simulazione. Al pari dell'autolesionismo, non si trattò di pochi casi isolati e facilmente identificabili, ma di una massa considerevole di individui che arrivavano a questi estremi a causa del loro disperato desiderio di sottrarsi al pericolo, alla sofferenza e alla morte, divenendo l'espressione di un comune dissenso agli orrori della guerra che altrimenti non aveva altre occasioni di sfogo.