Spesso la diserzione non si presenta come un atto riflessivo di rivolta alla legge, bensì come una reazione morbosa, un sintomo d'inferiorità consistente nell'incapacità d'adattamento ad organismi complessi e disciplinati, regolati da norme rigide quali l'esercito. Lo stato, infatti, introduce freni e controlli nella mobilità dei contadini (segnalata da fenomeni quali migrazioni stagionali, professioni girovaghe, vagabondaggio, attività di contrabbando). Impone, a sua volta, forme di mobilità coatta, di cui l'arruolamento e lo spostamento per la guerra sono la manifestazione più espressiva. La renitenza e la diserzione possono dunque essere intese come tentativi di recupero del controllo sulla propria vita e, più specificamente, sulla propria mobilità. Quindi, così come vagabondi ed emigranti incarnano forme di mobilità contadina autonoma, al di fuori del controllo dello stato, il disertore costituisce una risposta all'inquadramento, il tentativo via via più difficile, fino a divenire disperato e senza sbocco, di sottrarvisi.
La diserzione però, grazie alle condizioni della nuova guerra, è resa altamente improbabile. Le caratteristiche di un conflitto di trincea, statico e in ranghi serrati, ne scoraggiano i tentativi.
Anche consegnarsi al nemico è un gesto rischioso, dall'esito quanto mai incerto. Dovunque il disertore può essere raggiunto: l'aumentata sorveglianza dello stato, il consolidamento dei mezzi repressivi e l'inasprimento delle sanzioni rendono fughe e diserzioni decisamente problematiche. Senza contare le interdizioni dovute alla pressione dei condizionamenti psicologici e dei linguaggi ufficiali.
Molti casi di fuga vengono trattati, in sede psichiatrica, come gesti folli. Molti di coloro che fuggono sono messi sotto osservazione, prima del processo, per verifica delle loro condizioni mentali, e non di rado riconosciuti affetti da qualche tara ereditaria o da qualche forma d'alienazione.
Alcuni, infatti, presentano un bel tipo lombrosiano: deformità craniche, asimmetria facciale, segni d'arresto di sviluppo, ectopia testicolare.
Da ciò risulta che, le diserzioni in piena regola sono assai rare. Perlopiù sono uomini smarriti, disorientati, smemorati, dall'aspetto miserabile, non di rado pentiti del loro gesto e incapaci di darsene ragione.
Le testimonianza medico-psichiatriche sono piene di riferimenti a figure ai limiti dell'umano, colte a vagabondare senza sapere perché, attonite, sudice, con l'abbigliamento lacero o nude: sono i reduci o meglio i transfughi della terra di nessuno, coloro che hanno cercato una fuga senza scampo dal territorio di guerra.
Alcuni vengono trovati nei boschi, dopo mesi e mesi di disperate peregrinazioni, in stato di semi-incoscienza, magari pentiti della scelta fatta.
La caratteristica comune a molti casi di fuga, diserzione e abbandono è dunque quella di svolgersi sotto la spinta d'impulsi incontrollati e d'automatismi, quasi per un improvviso strappo nella condotta abituale, normale, che tiene il soldato vincolato al suo posto, ossia all'accettazione quotidiana del rischi e della morte. Spesso la decisione è improvvisa, apparentemente immotivata e contrasta con la buona condotta tenuta nei giorni precedenti.
La diserzione dunque è vista come traduzione pratica di quel bisogno affannoso, spasmodico, di ricongiunzione all'ambiente domestico. Il pensiero della casa è insomma una forma virtuale di fuga, segnala la direzione prevalente dell'immaginario del soldato, il luogo dove vorrebbe essere e andare, quello verso cui si dirige mentalmente e, non appena sia possibile, anche di fatto.
Il soldato viene allora quasi trascinato lontano dal fronte. Tornare a casa, allontanarsi dalla trincea, non farvi più ritorno divengono i suoi imperativi, gli impulsi coercitivi della sua condotta.
La forza che trascina il soldato verso casa, che tende a trattenerlo lontano dall'ambiente di guerra, cresce mano a mano che questi rimane in licenza.
E' in questo periodo che si subiscono le suggestioni famigliari, si ritorna a partecipare ai problemi della vita domestica, sono numerose le segnalazioni di soldati che si ammalano al termine della licenza, al momento di ritornare al fronte.