Com'è noto la prima guerra mondiale fu una guerra di posizione, ciò vuol dire che coloro che vi presero parte furono costretti a combatterla all'interno di trincee e camminamenti. Comunemente si pensa che queste trincee rappresentassero una sicura protezione per i soldati, in realtà spesso si trasformavano in infernali trappole di fango, fosse in cui bisognava convivere con la puzza dei cadaveri e con gli attacchi dell'artiglieria nemica.
La vita in trincea, soprattutto per quanto riguarda la prima linea, era caratterizzata durante il giorno da un'estenuante staticità. Con la luce infatti era pressoché impossibile compiere qualsiasi movimento, anche il seppellimento dei cadaveri, a causa dell'incessante presenza dei cecchini nemici: tiratori formidabili che non permettevano la minima imprudenza. Questa immobilità forzata era la causa dell' abbrutimento dei soldati, i quali dovevano sopportare lunghe ore in assenza di acqua e cibo.

"Il soldato in trincea - scrive Agostino Gemelli - pensa poco, perché vede assai poco, pensa sempre alle stesse cose. La sua vita mentale è assai ridotta , niente la alimenta". Si arriva così ad "una specie di restringimento del campo della coscienza", necessario per sopravvivere alle tensioni, alla fatica.

Anche durante la notte non era possibile sfruttare più di tanto le tenebre per effettuare qualche riparazione o per ricevere i rifornimenti dalle corveés a causa dell'incessante volo di pallottole vaganti. Esse passavano ad altezza d'uomo sfiorando gli elmetti dei soldati con zufolii e frulli mortali. Senza contare i bombardamenti regolari dell'artiglieria e le raffiche improvvise di mitragliatrice. Tutto ciò c'era anche durante il giorno, ma nelle ore notturne si verificava con una frequenza particolarmente intensa. Era soprattutto per questo che gli ordini di scavo o sistemazione erano ricevuti sempre con disappunto dai soldati che dovevano effettuarli.

Oltre alla sofferenza dovuta alla paura della morte, che accompagnava il soldato durante tutta la sua permanenza al fronte e che è anche la più nota e comprensibile, c'erano tribolazioni di carattere più materiale, ma non per questo meno penose.
Ad esempio le pulci, che cominciavano a formicolare non appena ci si coricava e che continuavano a infastidire per tutta la notte; l'assenza più totale d'igiene poi rendeva i volti pieni di screpolature ed erbacce o scavati dall'ambascia e dalla febbre. Oppure i geloni ai piedi causati dal freddo e dall'umidità che i soldati erano obbligati a sopportare in trincea. Quasi tutti avevano i piedi enormi gonfiati dal congelamento, avvolti in sacchetti da trincea o legati alle scarpe sventrate; ed erano costretti ad arrancare goffamente, come palmipedi, su quei grovigli sudici di fango rappreso.

"… C'era un cecchino spietatamente ironico che si sfogava a colpire qualsiasi malcapitato, che, vinto dalla necessità impellente, si acquattasse fuori dalla trincea o dai ricoveri per la sua bisogna. Il cecchino puntava la parte scoperta e non falliva quasi mai.
Ho ancora negli orecchi la frase di un artigliere da montagna. In pieno giorno, non potendo più resistere, era uscito da un ricovero, strisciando fra i ciuffi degli abeti nani, s'era velocemente slacciato i pantaloni. Una pallottola lo colpì nella parte più rotonda della sua carne scoperta. S'alzò furioso puntando le corna contro la roccia donde era partita la botta. Gridò a tutta voce:
"Can d'una ciula, te pudevet lassam finì!"
Il cecchino non sparò più. Probabilmente si sganasciava anche lui dalle risa, all'uscita comica del povero ferito.
Il disagio più grave per i difensori della Lora era cagionato dal puzzo ammorbante dei cadaveri, aggravato dalla mancanza assoluta di acqua. Nel breve spazio fra le due trincee si ammucchiavano una decina di cadaveri, la maggior parte austriaci, caduti in un tentativo di attacco. Impossibile seppellirli. La vicinanza della linea l'impediva. E neppure un armistizio, invocato più volte tra gli scambi d'ingiurie delle sentinelle, non fu mai concluso, per l'importanza delle posizioni e per la diffidenza del comando italiano verso la lealtà austriaca.
Da una feritoia si vedeva una gamba di morto uscire dalle file dei sacchetti. I nemici, nella fretta di riparare una falla aperta nella trincea da una nostra bombarda, non avevano badato a tirar via una loro vedetta massacrata contro il parapetto. Vi avevano posto sacchi e sassi sopra. Metà del corpo si scopriva così ai nostri occhi: visione terribile. […]
Arrivavano a volte nel meriggio delle folate di vento così pestilenziali che ci mozzavano il respiro. Questo puzzo ammorbante c'impedì sempre di mangiare…"

Tratto da Un anno sul Pasubio di Michele Campana.