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La
superstizione era una caratteristica tipica del soldato italiano (anche
tra i più colti). La forte mescolanza di culture che si poteva
riscontrare all'interno dell'esercito portò ad una diffusione estremamente
veloce di credenze popolari diverse. Nonostante i rituali ai quali si
ricorreva spesso fossero totalmente ridicoli erano appoggiati anche dagli
ufficiali allo scopo di tenere alto il morale delle truppe. La superstizione
può essere vista sotto due aspetti: cognitivo e comportamentale.
Nel primo gruppo rientrano quelle credenze atte a spiegare situazioni
difficili (stiamo appunto parlando delle credenze popolari). La superstizione
di tipo comportamentale invece ingloba quei gesti e quei rituali fatti
allo scopo di influenzare le forze occulte della natura avversa (tipico
l'esempio di sfregarsi i genitali o di toccarsi le stellette).
Questi rituali a loro volta si suddividevano in individuali e collettivi.
Per quanto riguarda le credenze, ve ne sono alcune che meritano di essere
raccontate.
Molto caratteristica è sicuramente quella che vede, nell'incrociarsi
in galleria con una candela accesa, un sicuro presagio di morte.
Altrettanto famosi sono i raduni degli scheletri d'ex combattenti che
si fissavano appuntamento sui campi di battaglia oppure le apparizioni
di figure religiose quali Don Bosco, Dio o la Madonna. Anche i fenomeni
meteorologici più strani assumevano molta importanza soprattutto
come spunto per storie e racconti fantastici. Le pratiche sanitarie fai-da-te
in voga tra i soldati erano spesso ridicole e non avevano riscontro scientifico
alcuno. Tra i combattenti siciliani ad esempio era diffusa l'usanza di
portare appesa al collo un ciocca di capelli di una ragazza vergine così
da evitare l'insorgere di malattie veneree. I lombardi, invece, avevano
l'abitudine di tenere in tasca della ceralacca per scongiurare il raffreddore.
Usanze simili comunque trovavano consenso anche fra le truppe nemiche:
sembra, infatti, che gli austriaci si affidassero al dado da cucina contro
i sintomi influenzali e all'aglio in tasca con funzione anti colera. Per
quanto riguarda le formule magiche e gli scongiuri, queste andavano proferite
leggendone su di uno speciale nastrino le iniziali. Ognuna di esse aveva
una funzione specifica quale ad esempio "far tirare male il nemico"
oppure "far funzionare bene il proprio cannone".
Prima di sparare invece, i soldati erano soliti pronunciare in ordine
Metor, Suter, Palar, tre parole che avrebbero dovuto avere un particolare
potere portafortuna.
Altra usanza molto diffusa consisteva nel tenere in tasche diverse tre
nastrini con i nomi dei tre Re magi (Gaspard, Melchior e Balthasar). Gli
amuleti erano di diversi tipi e avevano le più svariate funzioni:
alcuni servivano contro le malattie, altri contro le emorragie (come le
pietre rossastre), altri ancora contro il malocchio e la sfortuna. Il
più diffuso tra questi era sicuramente il corno di corallo partenopeo
(meglio se ritorto) il quale aveva però una particolarità:
per funzionare doveva essere stato rubato a qualcuno.
Per contrastare la sfortuna anche gli ufficiali si affidavano a oggetti
simili anche se di maggior valore. Non erano rari infatti, i casi in cui
portassero attaccate al collo croci in legno di agrifoglio (legno con
presunte caratteristiche stregonie).
Nel gruppo degli amuleti, comunque, non rientrano soltanto modelli con
funzione strettamente anti jella, ma vi sono anche articoli dalle comprovate
proprietà portafortuna. Ecco quindi che anche in questo campo il
soldato aveva di fronte una vasta possibilità di scelta: quadrifogli,
raffigurazioni di gobbetti e strani animali, ferri di cavallo (comunque
rubati), chiodi di ferro (meglio se ricurvi).
Tra i contadini abruzzesi vigeva poi l'usanza di portare con se un sacchetto
contenente terra del paese natio da buttarsi alle spalle prima di partire
all'attacco. Altre consuetudini proprie di altre regioni erano i contenitori
con cenere dell'abete natalizio (Lombardia) o intonaci di chiese e cappelle,
icone di santi, preghiere propiziatorie.
All'interno qualche truppa nascevano anche particolari forme di Catene
Di Sant'Antonio.
Questi riti avevano un'importante risvolto psicologico per il soldato
che, proiettato in un mondo totalmente estraneo, spesso era vittima di
nevrosi e shock bellici.
Le cause che portarono a tali comportamenti comunque, vanno sicuramente
ricondotte a situazioni di stress, scarsa cultura e addestramento, le
quali ponevano il soggetto nell'incapacità di prendere decisioni
immediate. Eccolo quindi affidarsi a espedienti quali la sorte e la scaramanzia,
naturali conseguenze di gravi situazioni di pigrizia mentale. Occorre
comunque ricordare che il principale rifugio morale per il soldato rimaneva
la fede, che, lo aiutava a sopportare gli orrori delle trincee. Preti,
cappellani militari e frati svolgevano infatti un ruolo fondamentale nel
facilitare ai moribondi il passaggio all'aldilà. Spesso erano essi
stessi a mettere in pericolo la propria vita per salvare i feriti e trasportarli
al sicuro.
In un certo modo li possiamo definire una sorta di soldati nel vero senso
della parola in quanto non era raro che si addossassero compiti fra i
più duri quale il trasporto della legna o dei viveri, la costruzione
di baracche e ricoveri.
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